Dalla sua parte su Satisfiction.me, di Paolo Melissi

link: http://www.satisfiction.me/isabella-borghese-inedita-dalla-sua-parte/

ISABELLA BORGHESE INEDITA. DALLA SUA PARTE.

Dalla sua parte, romanzo di Isabella Borghese edito da Edizioni Ensemble, è (anche) un libro che ha il merito di essere una voce di un mondo “invisibile” perché, come tanti altri, scomodo da pensare. E’ infatti la storia di una figlia e di un padre sofferente di depressione bipolare, e delle conseguenze che questa può avere nella vita quotidiana di tutti, pazienti e parenti. Il libro, però non ha solo questo merito: ha il potere donato dalla scrittura – una scrittura scarna ma non arida, anzi, estremamente evocativa e creativa di immagini – di riconferire corpo e orizzonte alla realtà, assimilandola, elaborandola perché possa essere “finalmente comprensibile”. Una delle strade per trasformare il dolore, senza sbavature o iperboli, in una possibilità ulteriore di vita. E un segnale incoraggiante per una letteratura italica spesso sfasata e persa in sé stessa.

Paolo Melissi

La differenza di questo da tutti i Natali della mia vita è che non vivo più nella casa di famiglia.
Da quando mi sono trasferita qui non ho mai percepito il bisogno o anche solo la voglia di trascorrere neanche una notte tra le pareti di quell’abitazione.
Oggi ricordo gli anni in cui erano bianche ma non posso fare a meno di rievocare il momento in cui sono andata via. Le ho qui davanti ai miei occhi, ormai ingrigite da tristezza, ma soprattutto da anni di fumo ossessivo e dalla disperazione di una vita sulle altre.
Mio padre è la disperazione. La malattia di mio padre, una depressione bipolare con sfoghi fobico ossessivi, è la mia condanna. Mi veste da anni e mi fa brutta.
Mio padre è l’amore morboso e quello insano. Insegna la rabbia e l’odio. È cercarlo per le strade che ha detto di voler percorrere, rabbioso e ubriaco, per ammazzarsi, forse gettandosi da un ponte. Ma è anche il non riuscire a trovarlo. È scovare dal primo piano la testa di lui mentre si affaccia dal pianerottolo del quinto e il suo capo è lì, come fosse sospeso, nel silenzio, a fissare il vuoto.
Ed è salire ogni gradino cercando di non coprire il suo mutismo improvviso con alcun rumore, per raggiungerlo e riportar lo in casa e sperare per ogni battito di cuore di non vederlo volare giù nel frattempo. Come succede nei film.
La bipolarità di un padre è un coltello lanciato nel vuoto ma verso di te che ne sei la figlia. Mio padre è pianti convulsi e disperati, si getta addosso, grida di avere pietà di lui per concedergli il tuo corpo, come se aggrapparsi ad esso potesse riportarlo alla serenità.
Mia madre invece è la donna che con l’età della consapevolezza ho scelto sempre di chiamare Lina, perché mi piace. E Lina, sì, perché crescendo ho anche creduto che “mamma o madre”
fossero di un’intimità che non eravamo in grado di poterci permettere. Non ancora.
Mia madre è la moglie di mio padre. È il sacrificio che l’ha allontanata dalla sua stessa vita, quella di donna. È la forza che la spinge sempre a sostenere mio padre, anche oltre ogni più umana comprensione. Mia madre è la mattina, quando si sveglia per chiamare mio padre, è il pranzo per la spesa che preferisce mio padre. È il silenzio quando mio padre non vuole sentire voci, è la voce quando lui vuole che lei parli. Sono le cure umane e farmacologiche per mio padre. La cena per lui. La buonanotte per accompagnarlo nel suo letto. È la sua ombra quando non vuole o non può essere la sua guida. È colei che lo protegge. Mia madre allora dev’essere anche quello che non ho. Mia madre è l’assenza nella mia vita e l’ossessione in quella di mio padre.
Lina, con il suo nome e il suo essere madre amorevole ma distratta è sempre la mancanza di volontà di contrastare suo marito. Mio padre.
È così che dev’essersi scordata poi di essere prima di tutto una donna e anche una mamma. E io poi dietro di lei mi sono dimenticata di essere figlia. E sono scappata sempre.
In casa non ho parlato mai. Al limite strillato. Non ho mangiato. Non ho dormito. Ho bighellonato fuori fino all’alba. Ho lasciato notti intere il mio corpo stremato in cerca di sonno nelle mille case che ho fatto mie. O mi sono colpevolizzata ed è stato così facile punirmi. Ho scontrato a ripetizione la testa sul muro. Mi sono morsa le braccia finché non
arrivasse qualcuno a prendersi la briga di fermarmi.
Tommaso, il fratello diamante in questo è stato molto bravo. Ha conosciuto modi e parole adatte. Ma se non c’era lui ho aspettato di vedere un segno visibile di questo farmi del male. Una goccia di sangue e un pianto esasperato mi hanno ogni volta riconsegnato alla lucidità.
Mio padre, senza saperlo, mi ha insegnato a chiamare il 118 con freddezza, per chiedere aiuto.
Poi piangere, sì, perché può essere necessaria una telefonata, parla la ragione, ma fa sentire figlia crudele digitare quei maledetti tre numeri, lo grida il cuore. E poi la rabbia negli anni diventa anche lo struggimento di non vederlo per giorni quando resta chiuso a piangere nel letto. Serrande abbassate. Pigiama e ciabatte come abiti quotidiani. Il naso sporco e a tirar su. La voglia di vivere che non lo fa parlare mai quanto la voglia di morire.
La necessità di doverlo accompagnare e lasciare in clinica. Anche per due mesi. Più volte l’anno. Di non sentire più in casa le sue ossessioni che si fanno parole ripetitive. Richieste. Richieste. Richieste.
Come i bambini che non sanno quando devono fermarsi. Lo struggimento di sapere che mentre tu cerchi di ricostruire la tua vita, lui si sta disperando da solo in qualche angolo della clinica. La lontananza nella malattia sa trasformarsi in un vero peso. È in quell’istante che la rabbia e l’odio scivolano via. Il distacco consente di razionalizzare.
Ho visto poi davanti ai miei occhi un padre malato e basta. E mi sono scontrata con nuove sensazioni: l’impossibilità di non poter far nulla per lui non mi ha mai donato sollievo né consolazione, ma ho imparato a giustificare i suoi comportamenti e i dolori che mi ha procurato.
Sono arrivata a convincermi che non è vero che non mi abbia mai voluto bene. A un certo punto della mia vita tutti i dolori e le sfumature di malessere provocati dalla sua li ho consegnati, uno a uno, alla malattia. Non al suo non amarmi. Ci ho impiegato almeno dieci anni a liberarmi da questo peso non indifferente.

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