Recensione a cura di Maria Angelica Castelli – lavoroesalute.org

“ […] Nella vita ho imparato che per far sentire a proprio agio le persone, nel rapportarsi ad esse, bisogna cercare modi e un fare che avvicinano. Le distanze non aiutano. Mai. […]”

Da queste parti termina il romanzo di Isabella Borghese, e nello stesso luogo inizia la vita, quella vera, della sua Francesca. Così Francesca, con una frase a prima vista banale ma in realtà molto profonda, grazie alla capacità di attraversare le sue tempeste, nel senso di saperci stare dentro, conquista uno strumento di lettura della vita che forse la maggior parte delle persone non riesce ad afferrare in una vita intera. Non è quello che viviamo a formare il nostro carattere, non sono le fatiche, i dolori, le sofferenze e le ingiustizie subite, ma come affrontiamo tutto questo per venirne a capo, per trovare la nostra personale soluzione e per andare oltre. Non oltre il ricordo, anzi. Oltre il dolore. Citando Jung: “I ricordi dolorosi non si possono eliminare. Quello che si può eliminare è il dolore associato ai ricordi.”

Dimenticare è rimuovere, è un meccanismo difensivo che a lungo andare può cedere e ferirci più del motivo che l’ha messo in piedi, dimenticare è pericolosissimo. L’andare oltre si declina invece nella capacità di accettare, di assecondare, e di vivere. Vivere nonostante. Francesca impara, nella fatica, nel dolore e in una forma di solitudine ricercata come rifugio, come contrapposizione al rumore, come luogo tutto suo, ad andare oltre. La sua possibilità nasce nell’andare via. Via da una casa che la rende vittima e a tratti onnipotente.

Andare via, per Francesca, significa essere meno autoreferenziale, capire che non si può salvare nessuno che non voglia essere salvato, ma che si ha il dovere morale di salvare se stessi. Soprattutto se poi si avrà la pretesa di incontrare un poco di felicità. La propria. Un giorno, di fronte ad una trepida preoccupazione per una paziente che minacciava il suicidio, un collega mi disse: “Non accanirti, d’altronde se lei vuole togliersi la vita che diritto abbiamo noi di impedirglielo?”. Questa frase in me suscitò un immediato scalpore misto a fastidio, poi – d’un tratto – mi tolse di dosso quella sorta di confuso delirio d’onnipotenza che mi faceva sentire indispensabile e quindi responsabile.

Francesca esce di casa e affronta la solitudine. Che per lei diventa rifugio. Come il corpo di una donna. Come l’idea del corpo di una donna. Rifugio. Così, lentamente, va incontro alla vita, quella vera. Si misura con la dimensione del silenzio, rischiando e affrontando la paura del vuoto per scoprire invece la possibilità dell’ascolto, che solo eliminati i rumori molesti può esistere davvero.

Dalla sua parte è un romanzo che appassiona, coinvolge, congela, scalda, e a tratti commuove. E’ una storia da far leggere a chi nella tempesta ci cammina a testa bassa, senza alcun barlume di speranza, senza il coraggio di rischiare e senza la possibilità di movimento alcuno. Anche perché termini usati dall’autrice sono autentiche mine che detonano nella mente di chi da quelle part è già stato. E sentirsi simili spesso può essere di gran conforto, talvolta – addirittura – curare. Francesca non è “risolta”, Francesca è in itinere, in viaggio, a lei spetta trovare una soluzione che le permetta di uscire da quell’involucro che l’avvolge e le paralizza l’anima, che mette una barriera fra il pensare e il sentire, fra l’amore e l’amare, fra il proteggersi e il vivere. Anche questo libro è forse un racconto di viaggio, di una parte di viaggio, che accompagna il lettore là dove forse nemmeno la protagonista saprà arrivare. La sensazione è che qualcosa ancora in potenza possa diventare atto. L’amore.

 

a cura di Maria Angelica Castelli – psicologo clinico, psicoterapeuta

 

link: http://www.lavoroesalute.org/images/pdf/les4settembre2013.pdf

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