Ortensia. Esiste forse un nome più bello?

Ortensia non è il suo vero nome, ma a lei piace così, persino il suo gatto lo sa. Da anni si diletta nel guardarsi allo specchio, gioiosa, soddisfatta. Sospira e si racconta, Ma quanta bellezza nel chiamarsi Ortensia!

E spera poi di possedere anche lo splendore della pianta, che ha il suo stesso nome, e  che pittura la vista di rosa, o di blu, i colori delle bambine e dei bambini.

Alla anagrafe Ortensia è registrata come Lavinia, Maria. Lavinia, come la zia che ha perso due mariti: il primo in un incidente stradale. Il secondo invece un tipo bizzarro, ma anche sfortunato. Se ne è andato a causa della sua incoscienza, o del suo reputarsi onnipotente, chi lo sa. Un giorno ha deciso di saltare dal balcone del secondo piano a quello accanto per entrare da una finestra e riuscire ad aprire una porta da dentro. Il salto l’ha poi fatto, sì, ma nel vuoto: una settimana di coma, poi la morte.

Maria, invece, è il nome della zia rimasta zitella fino a settantadue anni. Età in cui è stata trasferita in una clinica per anziani. E’ lì che si è fidanzata con il signor Gerardo, di ottantanove anni. E lui che non si ricordava mai se Maria fosse lei, la fidanzata, o se piuttosto avesse davanti a sé Michela l’infermiera, o Castalda la segretaria del medico.

Gerardo sapeva solo che ogni tanto d’improvviso ad ammonirlo era la voce pungente di questa donna che non ammetteva dimenticanze: “E Gerardo – gridava sventolando all’aria la mano destra, in segno di rabbia – sono Maria. Maria, la tua fidanzata. Chi altri?”. E poi: “Come puoi confondermi?” E lui: “Con tutte le fidanzate che ho avuto Maria, mi confondo! Sono vecchio ormai!”

Ma Maria ci aveva impiegato settantadue anni a trovare un compagno. Come poteva adesso perdonare di essere confusa con un’altra donna? Lavinia, Maria, un nome sfortunato. Non c’è che dire.

Ortensia, invece, figlia di una pianta, rosa o azzurra, color di bambina, o di bambino. Esiste forse un nome più bello?

di Isabella Borghese

Nascere, e poi nascere ancora…

foto_cover_bille ci insegnano che si nasce una volta sola, ma se hai la fortuna di morire in vita e rinascere nelle tua stessa esistenza qualcuno non ci crede, qualcuno ti guarda con stupore, qualcuno ti pensa folle. ma nessuno sa che invece tu sei morto apposta, per nascere di nuovo e assegnare poi alla tua esistenza la forma che tu stesso vuoi consegnarle. E a cominciare dalle ferite, dalle assenze, dalla sofferenza, tutti dettagli e contorni che a saperli rielaborare restituiscono una nuova vita ai nostri giorni. (…) Rose

 

foto di Cristina Martone

15 gennaio – Recensione il manifesto, a cura di Carmelo Albanese

Il romanzo di Isa­bella Bor­ghese (Dalla sua parte, Edi­zioni Ensem­ble, pp. 192, euro 15) è sul dolore e il disa­gio psi­chico. Seguendo le vicende di Fran­ce­sca, pro­ta­go­ni­sta del romanzo, si ha infatti l’opportunità di entrare in empa­tia con la sof­fe­renza, con il rimosso, di guar­dare con atten­zione e senza tabù, quella che tra le pos­si­bili pato­lo­gie dell’essere umano è ancora oggi, a più di trent’anni dalla legge Basa­glia, la più nasco­sta di tutte: il disa­gio psi­chico.Dalla sua parte è la sto­ria di una donna il cui padre è affetto da un grave disturbo bipo­lare e spesso alle prese con pro­blemi di alco­li­smo. La vita di Fran­ce­sca è una vita nor­male, eppure die­tro ogni momento della sua «nor­ma­lità» si nasconde l’ombra del suo con­tra­rio. In ogni fase della sua vita, sente il peso del disa­gio che le è capi­tato in sorte. Fran­ce­sca incon­tra dap­prima l’arte e le sem­bra di aver tro­vato una via d’uscita. Sco­prirà che per lei non è così. Poi prova ad inna­mo­rarsi, ma sem­pre con dif­fi­coltà. Vive ogni cir­co­stanza accom­pa­gnata da paure pro­fonde. Fugge da se stessa e dagli altri, rima­nendo costan­te­mente in un limbo emo­tivo. Anche il rap­porto con la madre è ini­zial­mente con­flit­tuale. Fran­ce­sca prova ad attri­buire a lei la respon­sa­bi­lità della situa­zione fami­liare, ma com­prende che non è così.

Il romanzo, oltre ad essere scritto bene, è impor­tante per­ché parla della malat­tia men­tale e delle dif­fi­coltà, spesso vis­sute in una con­di­zione di quasi totale segre­tezza e ancora ai mar­gini della ver­go­gna pub­blica, dei sin­goli e dei loro fami­liari. È para­dos­sale che pro­prio in un periodo di alto disa­gio sociale come que­sto, dove tutti gli studi di set­tore ven­gono a dirci dell’aumento di pato­lo­gie psi­chi­che e del con­se­guente incre­mento nel con­sumo di far­maci anti­de­pres­sivi, regni asso­luto il silen­zio intorno a que­sti argo­menti. Appare irri­man­da­bile ripren­dere lo straor­di­na­rio cam­mino di libertà ini­ziato pro­prio con Franco Basa­glia più di trent’anni fa. Il merito di que­sto romanzo è dun­que la capa­cità pro­prio di affron­tare il disa­gio psi­chico, descri­vendo la con­vi­venza con esso con com­pe­tenza e sen­si­bi­lità. Apprez­za­bile è anche l’idea di pre­sen­tare il libro nelle scuole, ai bam­bini, «per­ché pro­prio alla loro età comin­ciano a cono­scere pro­ble­ma­ti­che fami­liari ana­lo­ghe e solo con la con­di­vi­sione della loro espe­rienza pos­sono ini­ziare a sen­tirsi com­presi», ha dichia­rato l’autrice. Con­di­vi­dere dun­que, piut­to­sto che chiu­dere nella segre­tezza, che prima era garan­tita dai muri dei mani­comi e ora da quelli domestici.

Intervista per lenuovemamme.it su Dalla sua parte

Intervista  alla scrittrice Isabella Borghese sul romanzo d’esordio “Dalla sua parte”

Con questo romanzo di esordio, viviamo una storia familiare e un percorso personale che ci mostra come la depressione bipolare di un componente possa influenzare fortemente il vissuto di tutta la famiglia negli stati d’animo e nella costruzione della quotidianità. Scopriamo qualcosa di più del romanzo attraverso le parole dell’autrice:

-Come è nata l’idea di questa storia? Ci sono elementi autobiografici?

Ho affrontato il tema della depressione bipolare che conosco a seguito di un’esperienza familiare e dopo aver trattato la malattia mentale in numerosi racconti ho scelto una storia con un respiro più ampio, come il romanzo. Ed è nato soprattutto dalla volontà e con l’obiettivo di raccontare un malattia che causa sofferenza in chi è vicino al malato, ma io racconto che non deve paralizzare l’uomo, lo spinge piuttosto a riconciliarsi con se stesso e con chi gli sta intorno.

-La narrazione in prima persona fa immedesimare subito nella protagonista Francesca e sentire nostri i suoi stati d’animo. Il romanzo affronta il tema della depressione bipolare del padre, descritta con crisi fatte di grida, ossessioni e dolore, riportando una frase del romanzo:

“La bipolarità di un padre è un coltello lanciato nel vuoto ma verso di te che ne sei la figlia”

Prevale la rabbia o l’impotenza nello stato d’animo di una figlia?

E’ difficile da dire. Nel romanzo i ricordi di Francesca sono un misto di rabbia, sofferenza, crudeltà. Ma diventano anche espressione di profondo amore. Sono pagine in cui emerge l‘incapacità della protagonista di affrontare la malattia del padre. Ai comportamenti del padre, causati dalla malattia stessa di lui, lei infatti rispondeva facendosi del male, o scappando. Tutto in fondo nasce dall’incomprensione. E l’incomprensione può portare tanto alla rabbia quanto all’impotenza.

-Mi hanno colpito i vari modi di fuggire e trovare riparo dal dolore:

“E sono scappata sempre. In casa non ho parlato mai. Al limite strillato. Non ho mangiato. Non ho dormito. Ho bighellonato fuori fino all’alba. Ho lasciato notti intere il mio corpo stremato in cerca di sonno nelle mille case che ho fatto mie. O mi sono colpevolizzata ed è stato così facile punirmi. Ho scontrato a ripetizione la testa sul muro. Mi sono morsa le braccia finchè non arrivasse qualcuno a prendersi la briga di fermarmi”.

Il farsi male in atti di autolesionismo, poi il non lasciarsi coinvolgere troppo dall’amore, infine  il lasciarsi andare ad una relazione alternativa.  Possiamo affermare che questo romanzo rappresenta il percorso  di liberazione dal dolore e dal malessere vissuto in famiglia per molti anni?

E’ un percorso doloroso dove alla fine la protagonista arriva alla comprensione della malattia e di conseguenza alla riconciliazione con la famiglia, ma anche con se stessa. E alla consapevolezza di poter vivere la sua vita convivendo con delle sofferenze profonde, ma senza permettere a queste di allontanarla dalla sua vita.

-Il sacrificio della madre Lina per stare vicino al padre e proteggerlo è stato percepito come assenza ma non mancanza da parte di Francesca, come figlia. Pensa che ci sia più amore nel sostenere in silenzio e accondiscendere o nel reagire con forza e azione?

E’ difficile da dire. Credo che quando si parli di amore non possiamo escludere infinità di modi di amare. Questo  vuol dire anche prendere in considerazione che si può amare sostenendo in silenzio o reagendo con forza, l’importante sarebbe che nell’uno come nell’altro l’uomo fosse capace anche di trovare il giusto equilibrio tra l’amore per l’altro e per se stessi. Darsi all’altro totalmente può essere poco sano. Trasmettere all’altro, invece, la propria forza e il proprio coraggio è importante. L’amore da solo, credo che non sia sufficiente neanche ad amare.

-La ricerca di una strada personale  viene vissuta dalla protagonista attraverso un distacco fisico dalla famiglia per allontanarsi dal male e trovare una propria dimensione, autonoma per darsi la possibilità di essere felice. Quanta importanza ha in questo percorso il silenzio?

C’è un dialogo tra Francesca e la madre in cui Lina dice alla figlia che comprendere in silenzio delle persone è difficile. Ed è vero. Il silenzio può essere causato dall’incapacità di parlare o anche dalla volontà di non farlo per non coinvolgere nessuno nella propria sofferenza o nella semplice, pura e splendida intimità. Ma il silenzio si trasforma anche in momenti di riflessione. Per Francesca, nella storia che ho raccontato, il silenzio è diventato una necessità. La pace. Ma anche il vuoto se paragonato alla possibilità di ascoltarlo quando invece nella casa di famiglia era sempre contrastato dalle grida del padre. Non a caso nel romanzo viene inserito un gatto che rappresenta una compagnia, seppur silenziosa. Una compagnia che riempie certi silenzi.

-Tra le righe del romanzo emerge la paura di Francesca di soffrire in futuro della stessa malattia del padre. Quanto la malattia introiettata da un figlio può influenzare e bloccare nella costruzione delle relazioni importanti?

Sono percorsi molto personali e dunque le storie poi diventano assai diverse l’una dall’altra. Francesca guarderà alla vita in modo diverso, parte con delle paure, guardando una direzione e arriverà alla fine volgendo lo sguardo da un’altra parte. Sarà suo personale riscatto, la sua voglia di vivere. Un giornalista ha scritto che “è la sete di vivere” ad animare Francesca. Forse è proprio questo a determinare la svolta nella vita della protagonista.

-Cito: “E’ il pensiero dell’amore che mi tormenta. L’amore a cui non so più affidarmi con la naturalezza, la semplicità, la spontaneità che un tempo e per molti anni ho reputato e vissuto come gli elementi fondamentali di una lunga relazione. Li ho persi da anni ormai. Amare è un verbo che completa e arricchisce la vita dell’uomo. Un impegno che richiede forza e costanza.”

Nel libro, oltre all’importante  tema della depressione bipolare del padre di Francesca,  c’è anche molto altro. In particolare ho colto un forte desiderio e ricerca dell’amore attraverso le relazioni  familiari sia con i genitori sia con i fratelli e l’amore in ogni sua forma, con Paolo e con Gemma. Facendo un confronto fra questi ultimi due personaggi, possiamo dire che Paolo, sembra richiamare un po’ la figura paterna: è forse per questo che Francesca fatica a vivere l’amore, per la paura di essere abbandonata, non amata come si è sentita a lungo dal padre? Mentre Gemma simboleggia l’ amica, la confidente e senza svelare troppo, anche la ricerca di un rifugio?

Sì, esattamente. Paolo e Gemma non sono altro che questo e la possibilità di riconoscere, nella vita, diverse possibilità di amare. L’intimità tra donne, come confidenza, è anche questo una forma di amore. Il rifugio delle donne con le amiche donne. Chi non ne ha?

-“Ho un amore incondizionato per la pittura. Quell’amore che ogni volta sento mi avvicina alla solitudine di chi si allontana da molte realtà per entrare sempre più in contatto con il proprio sentire. Nel mio immaginario questo amore per i miei quadri si farà viaggio e l’estasi e il vero rapimento saranno permettergli di intraprendere la loro strada e raggiungere case e persone che vorranno accoglierli e farli propri. Amori come questo non finiscono mai se ci appartengono dalla nascita….Decidere i colori per quello schiaffo preso in faccia o le sfumature giuste per l’immagine di un padre che dall’alto guarda il vuoto pronto a buttarsi…Ho finito col credere che i dolori e le angosce passate siano davvero serviti a qualcosa. E se dev’essere che tornino ancora, lo facciano pure; li accoglierò con forza e sapienza, poi ci giocherò e li trasformerò in tinte per le tele.”

La pittura come passione, rifugio e sollievo, è una passione anche nella sua vita?

No, ma ogni uomo dovrebbe avere “la sua pittura” per assegnare alla vita le sfumature che si preferiscono e viverla con queste, come vere compagne di viaggio.

-Francesca che vuole superare il dolore e che ci riesce nel finale. Dà un messaggio forte di rappacificazione familiare ed interiore, perché ha scelto di dare un messaggio di speranza?

Perché ogni volta che sono entrata nelle cliniche psichiatriche, che ho conosciuto familiari di persone affette di malattie mentali, ho provato sempre una sofferenza molto forte nel vedere nei loro occhi e sentire nelle loro parole quella disperazione che poi diventa, e in modo inevitabile, madre della solitudine. Invece gli uomini non si dovrebbero fermare lì. Dico sempre che proprio quando arriva il momento in cui “la vita ci stende” noi dobbiamo essere lì, accogliere questo stato, ma solo nel tempo sufficiente di riconoscerlo. E poi dobbiamo combatterlo. Per vincere. E andare verso la vita. “Dalla sua parte” vuole avvicinare proprio queste famiglie, dire loro che non sono solo e che questa storia è dalla LORO parte.

Complimenti all’autrice per il romanzo d’esordio che affronta un tema così forte e particolare in modo delicato e scorrevole. Mi ha colpito molto la ricercatezza dello stile sinuoso, sensuale e travolgente, arricchito di metafore ed eleganti giochi di parole che creano  un susseguirsi di scene nella mente del lettore, come a srotolare la pellicola di un film.

di Federica Sole